giovedì 28 agosto 2008

NEWSCOMIDAD

Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news precedenti, può reperirle sul sito www.comidad.org sotto la voce “Commentario” e all'indirizzo http://adhoc-crazia.blogspot.com/.

L’AMERICAN DREAM DEI REAZIONARI EUROPEI

La guerra in Georgia ha costituito un indiretto insuccesso militare degli Stati Uniti, che è stato interpretato da alcuni come un segno significativo del declino americano, cosa che, sempre secondo alcuni, potrebbe favorire uno sganciamento dell’Europa dal dominio USA.

Non c’è dubbio che la vittoria russa in Georgia abbia incontrato una malcelata simpatia nei gruppi dirigenti europei, stanchi dei soprusi statunitensi ed ansiosi di ritrovare un margine di manovra tramite il contrappeso russo. Il problema è però che il dominio americano non rappresenta un semplice riflesso della potenza militare ed economica degli USA. Anzi, sin dal 1946 - anno di inizio di ciò che è impropriamente definito “impero americano”- le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti per realizzare i propri progetti di dominio globale sono risultate sempre più evidenti.

La storia militare statunitense di questi ultimi sessanta anni è, infatti, più una storia di insuccessi militari che di vittorie. Già prima delle sconfitte nella guerra di Corea, i marines americani diedero prove disastrose sul terreno quando accorsero in appoggio di Chiang Kai-shek nella guerra civile cinese, che vide poi la vittoria dei comunisti di Mao Tse Tung.

Fu nella guerra di Corea che il comandante in capo delle forze USA e ONU, Mc Arthur, inventò la formula propagandistica per la quale gli eroici soldati statunitensi venivano defraudati della vittoria dai loro pavidi dirigenti politici, timorosi di vincere davvero la guerra.

Questo tipo di propaganda vittimistica fu utilizzato poi massicciamente durante la guerra del Vietnam e negli anni successivi a quella guerra. Il vittimismo militare americano costituì infatti l’oggetto di famosi film come “Apocalypse Now”, in cui un pelato Marlon Brando pronunciava un monologo in cui attribuiva la sconfitta in Vietnam all’incapacità americana di emulare i Vietnamiti in fatto di crudeltà, e si richiamava ad un episodio in cui i Vietcong avrebbero tagliato un braccio a dei bambini loro connazionali, colpevoli di essersi lasciati vaccinare dai soccorrevoli soldati americani; questo episodio di crudeltà dei Vietcong non ha nessun riscontro in nessuna delle cronache dell’epoca, perciò costituisce una pura invenzione, anche se, grazie all’impatto del film, ha assunto la consistenza di un fatto realmente accaduto.

Gli Stati Uniti hanno quindi costruito una propaganda che aveva il preciso scopo di dissimulare i limiti della loro potenza militare, attribuendo le sconfitte ad un eccesso di scrupoli morali. Tutto il dibattito imposto dalla propaganda americana è sempre infarcito di dilemmi morali, dilemmi tanto più fasulli dal momento che sono dei criminali in servizio permanente effettivo a proporli. Del resto non si capisce quali scrupoli morali oggi si stiano facendo le truppe ed i mercenari statunitensi in Iraq ed in Afghanistan.

Il dominio statunitense non è quindi legato esclusivamente o principalmente alla potenza militare, ma soprattutto all’alleanza organica con i reazionari di tutto il mondo. In Europa la reazione ha sognato l’America sin dagli inizi del ‘900 e, dalle pagine del “Mein Kampf”, si apprende che Hitler non faceva eccezione. La propaganda statunitense inventa ogni giorno un “nuovo Hitler”, però quello originale era un filo-americano.

Nel 1946 le oligarchie europee sono diventate “americane” non per il timore di un’Unione Sovietica prostrata dalla guerra, ma per timore dei loro operai. Un avvenimento del 1946 di cui pochi storici si sono occupati - ad esempio: Joyce e Gabriel Kolko - riguarda l’esperienza dei consigli operai nella Germania Est. Questa parte della Germania era stata da sempre la meno industrializzata e, nello stesso periodo, la Germania Ovest deteneva l’ottanta per cento dei suoi impianti industriali ancora intatti, poiché in gran parte di proprietà di multinazionali americane, e infatti i bombardamenti USA si erano concentrati soprattutto sulle abitazioni civili e sulle città d’arte come Dresda.

Nonostante questa inferiorità in fatto di impianti industriali, la Germania Est superò nel corso del 1946 la produzione dell’Ovest, dimostrando che i consigli operai costituivano un’alternativa non solo in termini di giustizia, ma anche di efficienza. Per un certo periodo, Stalin non si oppose all’esperienza dei consigli a causa dell’impellente bisogno di prodotti industriali da parte della Russia. Quando gli operai di Berlino Est nel 1953 tentarono di riproporre quell’esperienza, la risposta del potere fu invece una brutale repressione.

L’esperienza dei consigli operai è stata screditata anche a causa dell’apologetica dei consiliaristi e dei situazionisti, che li hanno proposti come un improbabile modello di potere assoluto; in realtà la loro validità si dimostrò proprio nel determinare una spinta sociale a cambiamenti molto più vasti e profondi, cosa che determinò il terrore nelle oligarchie europee, che si dimostrarono pronte ad inchinarsi agli USA purché li difendessero da questa prospettiva.

Il piano Marshall è presentato nei libri di storia come una grande prova di generosità americana, mentre in realtà costituì un finanziamento governativo alle esportazioni statunitensi; ma la cosa più rilevante è che esso fu accompagnato dalla imposizione di una serie di stretti vincoli alla spesa pubblica dei Paesi europei che determinarono una terribile depressione e una disoccupazione di massa. Con il piano Marshall arrivarono in Europa anche le basi militari americane e, nel 1949, la NATO. Le basi americane e NATO per le oligarchie europee sono come tanti baluardi antioperai sparsi sul territorio, veri e propri templi dell’antioperaismo.


28 agosto 2008

domenica 17 agosto 2008

LA RUSSIA, L’OSSEZIA E IL MODELLO HONDURAS

NEWSCOMIDAD www.comidad.org


La vicenda della guerra tra Russia e Georgia, viene presentata dai media “occidentali” secondo questa versione: la provincia georgiana dell’Ossezia, a maggioranza russa, a imitazione di quanto avvenuto nel Kosovo, proclama la sua indipendenza, cosa che provoca l’intervento militare del governo georgiano e una conseguente risposta russa a sostegno dei separatisti.

Lo scenario proposto potrebbe apparire plausibile e, per certi aspetti, persino “comprensivo” verso la Russia, ma se andiamo a valutare le notizie, ci si accorge immediatamente che appaiono monche di particolari essenziali; ad esempio: non ci viene chiarito come, quando e in che termini sarebbe avvenuta questa dichiarazione d’indipendenza dell’Ossezia - a cui ora si è aggiunta anche la provincia dell’Abkhazia-, e soprattutto che ruolo ha avuto nella vicenda l’esercitazione militare congiunta compiuta da truppe georgiane e statunitensi alla fine di luglio ai confini della Russia.

L’aspetto più improbabile della rappresentazione mediatica appare il ruolo del presidente Bush, “preoccupato per la destabilizzazione dell’area del Caucaso”, e che ha invitato i contendenti a cessare il fuoco, cosa che non gli sarebbe dovuta risultare difficile da ottenere, dato che il presidente georgiano è notoriamente un dipendente di Washington, che smania di entrare nella NATO e che, per acquisire meriti a riguardo, ha inviato truppe per partecipare all’occupazione dell’Iraq; truppe che ora gli sono state gentilmente rispedite indietro da Bush con un’operazione-lampo, a dimostrazione di quanto sia effettiva la volontà statunitense di far cessare i combattimenti.

Insomma, ci sono vari indizi per ritenere che il tutto costituisca l’ennesima provocazione di Bush contro Putin, che, sebbene non più presidente, è ancora il vero padrone della Russia, o, per meglio dire, il capo della casta affaristica che discende dalla ex-nomenklatura sovietica. Se Putin sia caduto nella provocazione, o se abbia lui stesso deciso di anticipare i tempi del confronto, è ancora presto per dirlo.

Certo che l’ostilità aperta con cui Putin è stato trattato dal sedicente “Occidente” negli ultimi anni, rende piuttosto irrealistico un ruolo di mediazione degli USA e poco probabile uno della UE, quindi bisognerà verificare l’effettiva tenuta del piano di pace proposto da Sarkozy e accettato dal presidente russo Medvedev; né la NATO ha molte carte da giocare nella partita, visto che la Russia non è l’inerme Serbia, ma la prima potenza missilistica del pianeta, dato che da tempo ha scavalcato gli Stati Uniti, impegnati a versare miliardi al loro complesso militare-affaristico per arrivare ad uno “scudo spaziale” che, a detta di tutti i fisici, è una pura bufala.

Quando Bush dichiara che la vicenda dell’Ossezia rischia di compromettere i suoi rapporti con la Russia, fa una minaccia priva di senso, data la campagna di accerchiamento e di ostilità crescente e generalizzata di cui è stato fatto oggetto Putin in “Occidente” (con la sola eccezione di Berlusconi, grato allo stesso Putin del fatto che sia l’unico leader mondiale che non lo tratta come un deficiente, ma anzi con un particolare riguardo).

Le provocazioni statunitensi contro Putin erano del resto già cominciate all’epoca di Clinton, con l’affondamento di un sommergibile atomico russo in esercitazione. In quella occasione Putin mantenne la calma e mise tutto a tacere, evitando accuratamente di rispondere alle domande dei familiari dei membri dell’equipaggio scomparso.

I motivi di questa ostilità statunitense potrebbero esser individuati nel fatto che Putin ha gradualmente estromesso dall’affare del gas e del petrolio russi la multinazionale anglo-americana BP (Beyond Petroleum, già British Petroleum). La definitiva estromissione della BP è avvenuta, guarda caso, poche settimane fa, dopo di che sono sopravvenute l’esercitazione militare congiunta USA-Georgia e l’attacco georgiano all’Ossezia.

Putin non è più comunista - ammesso che lo sia mai stato -, ma per il governo USA è da considerarsi comunista chiunque non favorisca gli interessi affaristici delle multinazionali anglo-americane. Del resto il concetto di comunismo è sempre risultato estremamente dilatabile, sino a comprendervi qualsiasi provvedimento a favore del lavoro; in questo senso tutta la diatriba ideologica dei riformisti contro i rivoluzionari, non tiene conto del fatto che per il padronato anche la più timida garanzia per i lavoratori viene considerata una minaccia rivoluzionaria, e trattata come tale.

A differenza di altri bersagli dell’odio statunitense - come Chavez -, Putin si è guardato bene dal fare una politica a favore del lavoro, ma comunque le sue azioni possono essere fatte rientrare nella categoria del nazionalismo economico, che per le multinazionali rappresenta una minaccia affine al comunismo.

Proprio perché temeva le reazioni statunitensi, Putin, prima di liberarsi della BP, aveva anche cercato inutilmente un compromesso, chiedendo di rinegoziare i contratti con questa multinazionale. I contratti in questione prevedevano l’introito del novanta per cento degli utili alla BP, ed il rimanente dieci per cento alla Russia, previo però il rientro delle spese da parte della stessa BP; spese che però, misteriosamente, non rientravano mai.

Come al solito gli USA hanno rigettato ogni ipotesi di compromesso, perché vedono in ogni accordo una minaccia. È uno stile che fa parte della storia statunitense: dopo la seconda guerra mondiale, il presidente Truman rigettò sistematicamente ogni ipotesi di accordo avanzata da Stalin, il quale, con il suo solito opportunismo, arrivò persino a chiedere, inutilmente, di partecipare al Piano Marshall. Truman lanciò nel contempo una campagna di guerra psicologica che fece passare l’atteggiamento sovietico come politica del “niet”, riuscendo così a scaricare per intero la responsabilità della guerra fredda sull’Unione Sovietica.

Qualche commentatore americano ha osservato che la pretesa, di Clinton prima e di Bush poi, di trattare la Russia da colonia, come se fosse l’Honduras, è stata forse un po’ eccessiva; un’osservazione che, a quanto pare, non ha suscitato riflessione nel governo USA, ma solo in Honduras.

D’altra parte, anche se la provocazione di Bush dovesse rivelarsi un fiasco, i rischi di perdita d’immagine per gli USA appaiono abbastanza contenuti, poiché risulta già in atto una campagna propagandistica che scarichi la colpa di tutto sui “pavidi Europei”, che avrebbero consentito l’intervento russo frenando l’adesione alla NATO della Georgia. Pare che i governi europei siano disposti ad accollarsi questa colpa, il che indica che almeno con loro il modello Honduras risulta applicabile.

14 agosto 2008


domenica 3 agosto 2008

Coordinamento Provinciale Anarchico

Dopo aver lanciato l'idea di creare un coordinamento provinciale anarchico ci sono pervenuti, da parte di alcuni compagni beneventani, i primi suggerimenti, come quello di pensarlo invece di provinciale, regionale.
Il coordinamento dovrebbe rappresentare un nucleo di compagni che, ovviamente previa assemblea, sia pronta ad appoggiare lotte ed iniziative in tuttala provincia/regione.
Sono chiamati a pensare e organizzare il coordinamento tutti i compagni sparsi sul territorio casertano/campano. Sarebbero utili anche delle riunioni.
Pensiamoci.

Non perdiamo di vista la libertà.

sabato 2 agosto 2008

NEWSCOMIDAD


Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news precedenti, può reperirle sul sito www.comidad.org sotto la voce “Commentario” e all'indirizzo http://adhoc-crazia.blogspot.com/.


IL PERDONACOMUNISMO

Nella scorsa settimana si è potuto assistere allo spettacolo di un governo composto da criminali comuni che organizzava una campagna mediatica di criminalizzazione dei lavoratori del Pubblico Impiego, in modo da creare il clima di confusione adatto a favorire uno dei più giganteschi saccheggi di denaro pubblico della Storia, spacciato nella prossima Legge Finanziaria sotto la denominazione di “federalismo fiscale”.

Nello stesso periodo, un cittadino della ex Jugoslavia veniva arrestato da uno Stato che si autodefinisce sovrano, per essere consegnato ad una sorta di banda di sequestratori, che, a sua volta, si autodefinisce pomposamente “Tribunale Internazionale dell’Aia”. Questa entità paradossale costituisce un tribunale coloniale, il quale è adibito a processare i nemici degli Stati Uniti; questo tribunale però non ha nessun potere sugli stessi Stati Uniti, dato che questi non lo riconoscono.

Nel 2001 il tribunale coloniale ebbe la faccia tosta di pretendere la consegna dalla Serbia del suo ex presidente Milosevic, con la motivazione che in Serbia non vi sarebbero state le condizioni di sicurezza e di imparzialità per garantire un processo equo. Una volta però che ebbe ottenuto Milosevic in consegna, il tribunale, sebbene non riuscisse a dimostrarne la colpevolezza, ha continuato a tenerlo sotto sequestro, finché una provvidenziale morte “naturale” dell’imputato non ha risolto definitivamente il problema.

Nonostante questo precedente, pare che proprio nulla possa impedire la consegna di Karadzic al Tribunale dell’Aia, dato che, con quelli che la propaganda ufficiale definisce criminali, non è necessario fornire garanzie procedurali o prove, basta la parola; il che è la stessa posizione del governo Berlusconi nella guerra psicologica che ha sferrato contro i lavoratori pubblici: dimostrino loro di non essere dei fannulloni, se ci riescono.

In questo contesto di guerra di classe e di guerra coloniale, si riuniva a Chianciano il Congresso di Rifondazione Comunista, il quale si è spaccato su una questione davvero urgente: quale sia il modo migliore per farsi perdonare di essere comunisti. A Chianciano una nuova ideologia, di cui da tempo si intravedevano le linee teoriche e programmatiche, ha quindi trovato posto nell’atlante ideologico: il Perdonacomunismo.

Il grande problema di questa nuova ideologia è di tipo identitario: perché siamo comunisti? O meglio: perché ci ostiniamo ad essere comunisti?

Alle domande senza senso non si può trovare risposta, e perciò c’è sicuramente materia per tanti altri congressi sulla questione.

Anzi, l’ideologia può anche generare percorsi collaterali, una serie infinita di nuovi perché. Ad esempio: perché siamo pacifisti?

Perché ci opponiamo al fatto che milioni di tonnellate di bombe vengano lanciati su popolazioni civili inermi?

Perché ci opponiamo al fatto che il contribuente paghi questi milioni di tonnellate di bombe con tasse da versare poi al complesso affaristico-militare?

Perché ci opponiamo a basi militari che sequestrano e intossicano il territorio, e diventano centri di riferimento dell’affarismo criminale?

E ancora: perché ci rifiutiamo di pagare tasse per finanziare delle costose privatizzazioni, da cui potranno derivare solo altre tasse?

Mah! Chissà?

È chiaro che una sinistra moderna ed europea non può lasciare in sospeso simili interrogativi. Il perdonacomunista, in particolare, ha da farsi perdonare due secoli di odio di classe, due secoli di apologia della violenza, due secoli in cui ha voluto vedere dall’altra parte non dei leali avversari o concorrenti, ma dei nemici.

Non basta essere contro la violenza per motivi pratici, dato che questa farebbe proprio il gioco di coloro che vogliono criminalizzare la resistenza dei lavoratori in modo da coprire i propri crimini. Non basta essere contro la violenza dato che costituisce l’ambito in cui la provocazione e l’infiltrazione poliziesca possono esercitarsi meglio.

No, è necessario che il rifiuto della violenza sia morale, assoluto, ma al tempo stesso astratto e generico, al punto che una scazzottata e un bombardamento con milioni di morti rientrino nello stesso calderone, ed una valga l’altro.

In fondo Nichi Vendola e Bertinotti hanno ragione: in questo mondo - a parte quelli che non stanno bene agli USA - sono tutti buoni, e se sbagliano è per eccesso di buone intenzioni; i comunisti invece sono stati cattivi, e debbono farsi perdonare.

31 luglio 2008